smALLraga | la postfazione 9 novembre 2018 – Posted in: BOOKS

La postfazione di Duccio Demetrio pubblicata su smALLraga

Scrivere è tutta un’altra cosa

Quando le storie si spiegano da sole
Si spiegano senza bisogno che qualcuno si affanni a commentarle. Quando basta la scrittura di chi le racconta a dar loro una voce. Quella voce che avvertiamo ancora più nostra se la adagiamo silenziosa su qualche foglio. Soltanto così, ben più di un Selfie, ben più di uno sguardo altrui, scopriamo che esistiamo almeno per il tempo della durata dello scrivere e del rileggerci. Perché – per sentirci vivere – abbiamo bisogno di rispondere alle separazioni e agli straniamenti della vita, precoci o tardivi, proiettando sulla carta il racconto di noi stessi. Per imparare a guardarci a distanza, adottando un meccanismo di difesa che evolve evolvendoci. Dalla scrittura si eleva, forte e chiaro, sommesso e gridato, quell’unico richiamo a tener duro che ci appartiene come soltanto nostro. Al quale abbiamo scelto di assegnare i suoni silenziosi di parole che così si sentono più al sicuro; che in quel momento, nell’atto di scrivere, ci sembrano la nostra preziosa verità. Le storie, se scritte, nel lavorio di dare ad esse consistenza e plausibilità, senso e spiegazione a chi le leggerà, sono – ognuna nella loro inalienabile singolarità – testimonianze umane incomparabili. Le profaniamo, ne abusiamo, le insultiamo quando ci si affanna a trarne considerazioni che ci permettano, dinanzi a questo o a quel fenomeno sociale e psicosociale, di intercettare linee di tendenza, comportamenti topici, conclusioni interpretative. La “maniera della scrittura” affida agli autori la libertà di essere loro tutt’al più a riconoscersi, a giudicarsi, fino a salvarsi nello “specchio dell’inchiostro”. E non negli occhi indagatori, saccenti, supponenti altrui. Chi scrive di sé è l’unico ad avere il diritto di cercare le spiegazioni che più gli paiono decenti. Sfogliare queste storie, una per una, significa lasciarle lì nel libro dove le abbiamo trovate. Adottando una postura mentale ed emotiva di assoluto, incondizionato, ascolto. Quando quelle “voci di carta”, bucando il silenzio, ci parlano e ci trasformano in loro complici insegnandoci a tacere. A dismettere ogni ambizione comparativa. Le storie sono, nelle molteplicità delle “cose stesse”, quel che non possono darsi che come tali. Così, mi sono disposto alla loro lettura quando questa si mostri una forma di ascolto. Leggendole senza la presunzione di stabilire quali fossero gli atteggiamenti e le condotte prevalenti rispetto al tema di questa appassionante raccolta. Tanto più tale, appunto: perché chi ha scelto di proporre ai giovani narratori questi “esercizi di scrittura autobiografica” non poteva scegliere una via migliore per controllare ogni ansia conoscitiva, giudicante, incasellante. I cui frammenti più significativi di queste centinaia e centinaia di parole di carta possono certamente, con un’attenzione indiziaria discreta, suggerirci di costruire qualche puzzle narrativo. Ma nulla più: se ci si pone all’ inseguimento non di qualche sintassi esplicativa, che possa attraversare le storie scritte qui raccolte, ma soltanto all’ accoglienza di ogni vissuto. Accettabile come tale, nel rispetto etico della loro unicità. Abbracciare il punto di vista autobiografico pertanto vuol dire assumere una prospettiva conoscitiva “radicale”. In quanto sia l’autore che il lettore si affidano alla soddisfazione investigativa contraddistinta dal più autentico leggere le storie dell’altro, e del rileggere le proprie al contempo rispecchiandosi in esse, senza altre finalità che non siano l’appagamento dell’imparare a conoscere/conoscersi in modi avalutativi. In una complicità, decente e ospitale, tra scrittrice-scrittore e lettrice-lettore. È, ancora una volta, l’imprevisto, l’impensabile, lo svelamento delle proprie incertezze, la assai modesta ricompensa che deve attendersi sia chi abbia scelto di inseguire scrivendo le proprie tracce, sia chi si metta alla loro esplorazione. Esclusivamente per trarne, nel primo caso, un autoritratto credibile di sé; nel secondo – invece – un ritratto sufficientemente fedele a quanto letto.
Non va poi sottaciuto il valore aggiunto, sul piano della crescita introspettiva, che la scrittura di sé stessi inerente o meno a questioni incancellabili dalla propria storia (aggiungerei destinali) conferisce a quelle qui narrate. In un’impresa, da condurre silenziosamente, che vale sempre la pena di tentare. Al di là dell’argomento privilegiato, la separazione dei genitori, che le connota. Non fosse altro perché la scrittura ci mette sempre alla prova: è sfida alle proprie tranquillità, alle convinzioni di sempre, ai luoghi comuni, ai dubbi delle inquietudini profonde alle quali scopriamo di non voler affatto rinunciare. Scrivere di sé è problematizzare la propria esistenza. Anche con ruvidezza, animo alterato, discutibili e provocatori usi della lingua. Per tali motivi ritengo che queste storie abbiano rappresentato per alcune narratrici e per alcuni narratori, un incontro diverso e speciale con la propria memoria. Con fatti che forse avrebbero voluto dimenticare, con sentimenti ingrati e con domande e risposte eluse da chi avrebbe potuto raccoglierle nel tempo più “giusto”. Queste storie, a mio dire, rappresentano l’iniziazione ad un genere di scrittura (finalmente non abbandonata al cicaleccio dei social quindi sprecata) che possiede un sempre troppo poco riconosciuto valore autoeducativo. E, sintomi siffatti, li ritroviamo dichiarati su queste pagine dinanzi a cambiamenti, scoperte cognitive e affettive, desideri di mettersi alla prova e di scegliere un progetto di vita. In quell’ apprendimento all’ incertezza del vivere che gli eventi sempre patiti agli inizi, controvoglia e giocoforza, ti hanno insegnato.

Autobiografia
Di che cosa parliamo?
La scrittura autobiografica è dunque una forma di rappresentazione di sé stessi e del proprio mondo (sia interiore che condiviso o subìto), tanto delle proprie memorie, quanto del trascorrere del tempo presente, che oltrepassa i limiti della sola narrazione orale. I quali ci consentono certamente di raccontarci, ma eludono quasi sempre – se non si abbia una dimestichezza allo scrivere – i motivi profondi, spesso ancora oscuri a noi per primi, che ci connotano come individui, persone, singolarità umane. Ce ne avvediamo quando sia per un’esigenza intima, sia perché sollecitati a scrivere di noi, riattraversiamo retrospettivamente i momenti rilevanti, critici, apicali della nostra vita. E i legami famigliari – quando perdurano, si lacerano, oppure si ricostruiscono – sono ovviamente tra questi. Non è un caso che la letteratura su tali questioni sia sterminata e lo sia fin dall’apparizione del romanzo moderno e borghese. Nella molteplicità delle tipologie, degli intrecci, di quelle trame che la scrittura ci aiuta a ricostruire e a svelare. Tali autobiografie (redatte da qualche componente della famiglia) e le biografie (redatte da scrivani esterni ad essa) sono infatti così coinvolgenti e intriganti da suscitare, anche in coloro che non siano avvezzi al “mestiere di scrivere”, il desiderio di ricorrere alla penna pur di salvarle dall’oblio. Nel bene e nel male, nei vizi e nelle virtù, nei drammi o nelle gioie di vicende che, comunque siano andate le cose, concorrono alla nostra formazione: tra rimpianti, risentimenti, ingratitudini, momenti di sublime benessere e felicità, abissi di incomprensione e solitudine. Scrivere della propria famiglia, in prima persona, sentirne il bisogno o scoprirlo perché qualcuno ti invita a farlo, negli intrecci con vecchi e nuovi padri, altre madri, diversi fratelli o parenti, è un passo – quale sia l’età degli io narranti – verso qualche gradino più alto del proprio processo di maturazione. Nelle due modalità con le quali ce ne avvaliamo: adottando tale soluzione per dimenticare (auspicando che a tale scopo essa potrà servirci) una volta per tutte quel passato che può averci reso infelici per le vicissitudini attraversate e allo stesso tempo più adulti. Oppure, al contrario, per ricordare: senza fare sconti a nessuno, oppure, per nostalgia, per salvare piccole memorie domestiche incistatesi nel rimpianto e nella collera.

Frammenti e indizi: nulla di più
La scrittura è presa di coscienza. Questo mi sembra il talento narrativo, seppur incompiuto, impacciato, sospetto talvolta, più intrinseco in queste nostre storie. Quando il testo di cui sei stato autrice o autore ti consente, ad esempio, di rileggere frasi come queste: Come è possibile che poi arrivi tanto odio? si chiede chi vorrebbe riscrivere la storia dei suoi genitori e avvalersi della macchina del tempo per vedere l’esatta scena nella quale si amavano davvero senza ombra di dubbio. Per poi concludere che, in fondo, il viaggio in quei tormenti mi ha portato a crescere, le difficoltà mi hanno formata e mi hanno insegnato a non aver paura. Fin al punto da arrivare a ringraziare chi sia stato causa, ora materna, ora paterna, di quei tradimenti affettivi dai quali sembrava non potesse esserci più una via d’uscita, mentre ti ferivano e non te ne facevi una ragione. Ma, poi, ragionando su cause e concause ti sorprendi a scrivere: Grazie di essere un groviglio, grazie di avermi dato la possibilità di correre, di crescere sulle vostre strade complesse, sui vostri ponti bislacchi (…) Mi piace il mio groviglio, mi accoglie sempre come un nido.

Un dubbio
Terminata la lettura, è quasi d’obbligo chiedersi quali impressioni avrebbero suscitato in noi questi racconti – brevi, ma significativi, veri e propri memoir esistenziali – se fossero consistiti soltanto nella trascrizione dei consueti colloqui orali da parte di uno scrivano attento e curioso. Di cui si avvalgono solitamente giornalisti, psicoterapeuti, ricercatori, educatori. E non, invece, l’esito di riflessioni, di ricordi, di vissuti che hanno richiesto alle giovani narratrici e ai giovani narratori (talvolta giovanissimi) di avvalersi della penna o della tastiera che fosse per ripensare e ripensarsi. In virtù di quella concentrazione maggiore, senz’altro più profonda, che soltanto la scrittura può offrirci quando siamo disponibili a raccontarci. Quando ti accorgi che i momenti del passato e quelle conseguenze brucianti, come ferite ancora aperte o pur sempre dolorosamente ricucite, se vengono affidati alla pagina che ti appartiene, che hai creato tu, fanno tutto un altro effetto. Poiché la scrittura, mi piace ripeterlo spesso, ha un potere maieutico, anzi rabdomantico. Puoi anche decidere di non abbandonarti al flusso di coscienza, per sfogare la tua rabbia, il senso di perdita e solitudine, quella mole di risentimento che – ancora immersi nel presente del disagio e della fragilità – ti collocano nella ruota senza scampo dell’astio inestinguibile. La scrittura conferisce chiarezza e lucidità agli sfoghi fino ad inanellare denunce morali, indignazioni, accuse una via l’altra: e così ti trovi a confessare che, a parte i ricordi belli, teneri, sognanti legati ai nonni tuttofare, lamenti il fatto che la tua non è mai stata una famiglia di valori condivisi, dove il cosiddetto amore si rivelava una necessità opportunistica fino all’autodistruzione. Al cinismo necessario che ti fa dire, e le parole resteranno un giorno per ripensarle Io sono rinato con la morte di mia madre. E scrivi, scrivi, scrivi anche di quella certa ragazza che nonostante tutto adora la sua famiglia, che si costruisce giorno per giorno tra fratelli di origine diversa, tra genitori separati in due case diverse e con nuove persone che portano novità a allegria in questa mia nuova e imprevista geometria famigliare. Puoi per pudore o prudenza scegliere di non scrivere tutto di te, di ciò che hai attraversato nell’ascolto imprevisto o paventato di quel fatidico e inquietante: ora ragazzi vi dobbiamo parlare. Quando ti sembrò, allora, di entrare in un incubo senza fondo e oggi ti trovi ad ammettere che in seguito si è trovata una nostra armonia quando nella tua mente c’era soltanto confusione. Eppure, ancora una volta col tempo, ti accorgi che tuo padre non ti ha in fondo mai abbandonato. Inoltre, forse, intuisci che assumerà tutto un altro valore emotivo rileggere le tue parole: quando scopri e devi constatare che persino ti tocca ringraziare i tuoi genitori per aver saputo prendere una decisione tanto difficile. Per averti inconsciamente offerto un mondo sottosopra che non spegne la loro possibilità, e la tua, di vivere dove vogliono essere. Ma prima di arrivare a questa temeraria riconciliazione, ti può accadere di scoprire l’arte del pragmatismo da sopravvivenza, e ne scrivi quasi ti rivolgessi al tuo diario: Oggi facciamo tre giorni con uno e tre con l’altra… abbiamo trovato il modo migliore per starci dentro (…) mentre sui sentimenti mica tanto. Su questi cala ancora il sipario, meglio è non cercare di capire: Insomma oggi faccio sia le cose che fa mamma, sia quelle che fa papà… Mentre prima quando erano insieme non era così. Poi la nostalgia torna all’improvviso: Mi incanto a guardare le foto di mamma e papà al diciottesimo compleanno di mamma…erano felici, si vede. Chi invece si affida meno al sentimento e va ponendo domande scomode scopre, vivendo un’altra tappa formativa e un’illuminante presa di coscienza, che la famiglia deve essere sportiva. In un susseguirsi di metafore: all’insegna del rispetto reciproco, del gioco di squadra o in difesa, più creatività ed estro.
Si cresce, si impara, si rimpiange si accetta e ci si adatta, tranne nei casi in cui il rancore verso l’uno o l’altro dei genitori non si spegne, ma anzi, sembra essere rinfocolato dalla scrittura, che fa i conti con i giochi perversi riguardanti il possesso del figlio o della figlia, gli imprevisti rapporti con i “fratellastri” indesiderati e si arriva a chiedersi – qui sono soprattutto more solito i padri i grandi accusati (per lo più dai figli maschi) – “ dove son finiti gli uomini”. In tempi in cui le separazioni sono ritenute lo specchio del mondo adulto contemporaneo. Per cui si resta attoniti dinanzi al fatto che i genitori non si curino delle loro scelte e delle conseguenze che queste comportano per se stessi e per chi si trova vicino a loro. Ti avvedi così che soltanto la scrittura, il raccoglimento che ti chiede, vero e proprio emblema di pensosità e silenzio interiore proattivo, ti consente di ricordare quelle presenze strazianti: Lei era sempre triste e mi guardava con quegli occhi senza sentimento o almeno io così pensavo (…) Intanto mi guardava e aveva due occhi annacquati che io non potevo sopportare di vedere e il suo silenzio e le sue mani che stropicciavano qualcosa mi facevano un po’ paura. Scriverne ti rende audace e provocatorio: Tu, mamma, che dici? Io ti vedo e vedo che parli, parli, parli, ma non ti sento. Non ha senso quello che dici, perché non te ne rendi conto? L’impegno, l’impegno per far cosa? Per andare dove? Tutte le volte che avete cercato di spiegarmelo io non ho mai capito e quando chiudo gli occhi tutto si mescola e non so nemmeno se sono viva e non credo più a niente, certo non alle vostre cazzate sul senso della vita. Poi lo sconcerto ti sorprende, quasi fossi tu tua madre e sobbalzi: quando ti accade di scoprire, magari leggendo un’incauta lettera d’amore, che tuo padre (o tua madre in altri frangenti) hanno un amante e che, per quieto vivere, occorre far finta di niente. Fino al limite consentito, oltre il quale non può esservi tolleranza; e ti trovi ad esclamare nel silenzio della tua scrittura che quel folle amore incomprensibile per te, ma non per chi lo va vivendo con lo spirito di un adolescente, ha rovinato la tua famiglia.
Mentre racconti tutto questo a una pagina via via sempre più fitta di segni, un lampo l’attraversa sul finire del margine, un imprevedibile grazie e, nel “senno” del poi, ti trovi ad ammettere: devo ringraziare papà, se non avesse distrutto la mia famiglia io non avrei potuto ricostruire me stessa. Non sempre la riconciliazione si adempie, ma almeno in queste narrazioni, gli accenni non vengono meno. In questi viaggi ancora agli inizi, già dotati talvolta di una loro sconvolgente maturità, la cui meta ancora oscura, sotterranea, pudicamente nascosta altro non può rivelarsi che l’inizio travagliato di un cammino, e certo mai più potrà essere confuso con una placida passeggiata all’inseguimento di se stessi. Nel sogno taciuto per pudore e scaramanzia, però, di poter essere un giorno adulti diversi. Dove la scrittura ti si rivela lo spazio neutro, veritativo, tutto tuo; al quale finalmente abbandonarsi per raccontarti e raccontarci le contraddizioni che stai imparando a sopportare e a capire: e Visto che in questo racconto – affermi giustamente – ti si chiede di scrivere anche di una qualche soluzione ideale per vivere nelle famiglie come la mia ammetti di averci riflettuto dopo quanto hai scritto e pensato, e arrivi alla conclusione inevitabilmente provvisoria che forse puoi dire solo questo: io mi sento bene ma certe volte anche no quando sto con il babbo; mi sento bene e altre volte anche no quando passo il tempo con mamma (…) questa è la mia famiglia, un posto fatto di persone che ogni tanto si stanno simpatiche e altre volte un po’ antipatiche, ma succede sempre così tra tutti, no? Per vivere al top in questa famiglia l’ideale sarebbe credo uno solo: smettere di essere arrabbiati, specie mio padre e mia madre. Perché, davvero, non serve.
E con questo pensiero, che lo scrivere di te ti dona, mi auguro nella voglia di continuare a coltivarla nei modi che crederai più adatti a te (tu non lo sai ancora), debbo avvertirti che la penna o i tasti che siano ti stanno addestrando a navigare, tra alti e bassi, nell’esistenza. Con quel necessario senso pratico e del relativo, di cui è probabile avresti preferito rinviare l’esperienza precoce, con in più quel po’ di cinismo e scetticismo che tali vicende ti hanno fatto conoscere, che purtroppo potrebbero privarti di quei sentimenti sempre a rischio che si incontrano soltanto nell’arte poetica del vivere. Non solo delle ansie del fare, del gareggiare, del sempre più veloce andare. Rispetto alle quali – sempre la scrittura, come antidoto al grigiore dei giorni – potrebbe proteggerti.