Una conversazione con Lella Costa per smALLchristmas 24 dicembre 2014 – Posted in: TRAVEL

Walt Disney, Saint-Exupéry, Dickens e altre visioni
Conversazione con Lella Costa

Perché hai deciso di sostenere il progetto Smallfamilies?
Io faccio fatica a capire chi non lo sostiene: non si comprende a chi possa venire del male, mentre è chiaro a quanti possa fare bene l’ampliamento dell’accoglienza e delle parole. Non ci sono risvolti negativi se non agli occhi di chi prende la difesa di posizioni corporative, di potere e controllo.

Bene e allora ti affidiamo un compitino da nulla: definisci il concetto di famiglia, oggi.
Famiglia vuol dire che mai nessuno viene abbandonato o dimenticato. Parola di Stitch.

Stitch?
È un personaggio della Walt Disney. Nel film Lilo e Stitch, appunto, c’è una smallfamily: due sorelle orfane, alle Hawaii, dove un giorno sbarca questo Stitch, extraterrestre, un esserino malefico. Tutto gira intorno all’intessere le relazioni tra le sorelle e questo strano animaletto, che nel corso del film viene addomesticato, nel solco del Piccolo Principe: creiamo dei legami. Quando arriva l’astronave per riportarlo a casa, Stitch pronuncia quella frase: “famiglia vuol dire che mai nessuno viene abbandonato o dimenticato”.
Ora, che la più bella definizione di famiglia sia arrivata dalla Walt Disney, mi pare la quadratura del cerchio. Se la più grande, universale e trasversale multinazionale dell’entertainment fa dire al personaggio di un cartone animato per bambini una cosa del genere, significa che quella cosa lì è già arrivata e sedimentata nella vita delle persone.

La società è sempre un po’ più avanti delle Istituzioni che l’amministrano e quella di Stitch è un’idea di famiglia molto ampia, complessa da accogliere.
Che uno si ostini a rivendicare il copyright su che cosa è o non è famiglia, a me sembra oltre che superato dai tempi, anche crudele e poco empatico. E mi sorprende siano soprattutto le persone che professano una fede religiosa a ostinarsi, loro che dovrebbero vedere nella pietas e nell’accoglienza un pilastro. Ama il prossimo tuo come te stesso non funziona. È come se ciò che l’altro porta, che è necessariamente diverso e nuovo rispetto a te, sia percepito solo come pericoloso. Non si ha fiducia negli esseri umani. Non riesco a capire come il riconoscimento dell’esistenza in vita di quei famigliari che, di fatto, lo sono perché “non si dimenticano e non si abbandonano”, possa rappresentare una minaccia. Io mi spingerei oltre: vorrei che si chiamassero famiglie, al di là del fatto che ci siano o no dei figli, anche quelle aggregazioni – sempre più numerose – di persone che si uniscono perché non ce la fanno da sole e così si danno una mano.
Penso agli anziani, per esempio. O a nonni, zii e nipoti.

Famiglia, proprietà privata e Stato, diceva qualcuno. Che le resistenze al cambiamento abbiano radici economiche?
Non sta a me entrare in un’analisi di costi-ricavi che uno Stato può e deve affrontare per sostenere forme diverse di comunità. Mi sento però di affermare che in questo nostro paese bizzarro, tutto ciò che deroga a quanto già consolidato trova resistenze. Non solo, penso che c’entri anche una radicata visione maschile del mondo.

Il mondo, si sa, è in mano agli uomini, ma anche le donne che ricoprono cariche importanti, spesso non fanno la differenza.

È esattamente questo che intendo: non è una questione di genere, ma di concezione. Uomini e donne hanno storicamente e culturalmente un modo maschile di guardare le cose: questo è il problema.
Poi ci sono le eccezioni, ma finché non si cambiano i sentieri tracciati sarà una lotta impari. Prendiamo il settore delle armi e della guerra: anche laddove ci sono donne a occuparsene, non riusciamo a smuovere nulla di diverso. Eppure l’altra metà del cielo la guerra non la vuole ed è così anche per molti uomini, ma ci si scontra ancora con le certezze acquisite, con cose come “così è sempre stato”, con l’idea che questa è la natura umana eccetera, eccetera. E questo, mutatis mutandis, vale anche per la famiglia: è più comodo affermare un modello unico e basta. È rassicurante pensarlo perché non costringe a porsi domande.
Oggi più di ieri il cambio di segno ci si aspetta dall’emisfero femminile, è vero, e proprio perché finora la cultura dominante è stata di formazione maschile. Ma relegare tutto al genere è riduttivo: occorre trovare insieme un modo differente di guardare al mondo.

Eppure sembrava tutto conquistato negli anni Sessanta con una rivoluzione che mise in discussione la struttura della società, inclusa quella della famiglia.
Se si guarda la vita reale, in parte la conquista c’è stata e credo che il processo di cambiamento della famiglia e il dibattito al quale stiamo assistendo, sia il proseguimento di quella rivoluzione delle relazioni iniziata nei ‘60. Allora si parlava di comune, coppia aperta, abolizione del possesso e della monogamia: abbiamo visto quanto male fa, male al cuore, intendo. Penso però che faccia male anche perché tutto il resto non è mai cambiato. Se qualche nucleo “comunardo” avesse potuto chiamarsi famiglia, magari le cose non si sarebbero inasprite così tanto: oggi invece anche questa sembra una guerra.

Una trasformazione in atto c’è, lo dicono i numeri; ma com’è possibile che essere famiglie “fuori dal canone” sia ancora fonte di emarginazione e sofferenza? C’è una chiave per voltare pagina?
La separazione o disgregazione della famiglia, per qualunque ragione, è certamente una sofferenza per chi ci passa: genitori, figli e parenti correlati.
Dipende anche da quanto sei cresciuto con l’immagine di famiglia tradizionale e felice. Magari ci credi e ci provi, fai dei figli, t’impegni a realizzare quel tipo di nucleo lì e poi questo si disgrega. A quel punto fai fatica, si pensa di essere venuti meno al compito dato. Credo si debba lavorare su quello.

… Se è così per i nuclei classici, figuriamoci com’è in salita per una famiglia, per esempio, monogenere: nel tuo nuovo libro Che bello essere noi c’è un passaggio dove lo accenni…
La percezione popolare delle famiglie monogenere è più o meno questa: oh povera creatura, c’ha due mamme, non sarà troppo? Oh povera creatura, c’ha due papà, non sarà troppo poco? Comunque la metti non sei mai “pari” all’ideale.

Quindi la chiave, prima di tutto, è spogliare l’icona della famiglia idealizzata.
Èil segreto di pulcinella: si sa che pure nei nuclei classici non è tutto rose e fiori. Anche lì regna l’imperfezione. Prendi il Natale. È pura leggenda che sia (sempre) una bella tradizione da trascorrere nel tradizionale nucleo familiare al calduccio di un caminetto. Infatti, normalmente è una ricorrenza temuta da tutti. Nella mia famiglia, dove tutto sommato abbiamo sempre passato belle feste natalizie, alcune ce le ricordiamo ancora per come sono state terrificanti. Il litigio tra una figlia e un cognato; l’anno in cui uno si è temporaneamente o definitivamente separato e allora non c’è il coniuge, ma magari il figlio sì e quell’altro no… Fatti che creano disagi, se non addirittura scontri apocalittici davanti al presepe.
Usciamo dall’idea che il Natale delle famiglie tradizionali sia buono, bello e giusto. Non è vero. Tra l’altro si può farne a meno, perfino essendo religiosi. Anzi, sarebbe auspicabile che la religiosità fosse vissuta in maniera più intima e con meno sperpero economico.

E però città e borghi si accendono di luminarie, i negozi debordano di golosità e un’atmosfera languida e melanconica congiura contro chi vuole fare finta di niente o è solo o in una famiglia troppo piccola…
Sì, è difficile sfuggire. Se ci si percepisce in troppo pochi, però, credo si possa costruire ipotesi per Natali su misura, magari allargandoli al di fuori della famiglia di sangue. I nostri migliori Natali sono stati quelli ai quali si sono unite a noi persone con cui non avevamo legami parentali. Se ci pensiamo con un pizzico di attenzione, in fondo è questo il senso del Natale, come insegna Dickens: condivisione.

Da Dickens torniamo a Stitch: famiglia vuol dire che mai nessuno viene abbandonato o dimenticato. Domandona: come possiamo favorire, nella vita privata e pubblica, questo modo di pensarsi nucleo?
Non ho la soluzione, ça va sans dire, ma penso fortemente che la narrazione degli eventi abbia sempre una grossa importanza. Bisogna raccontare. La condizione di una madre con un figlio senza un padre, o viceversa, può ingenerare nei ragazzi l’idea che il genitore “mancante” non ci sia perché non lo/li amava abbastanza da restare con lui/ loro. Non è cosa da poco questo pensiero, specie se uno dei genitori è totalmente assente. Raccontare ai propri figli con autenticità com’è andata, pur modulando le parole secondo la loro età, spiegando perché il nucleo ha o ha preso quella forma; ascoltare anche il loro modo di narrarlo, per capire il loro vissuto al riguardo, è una piccola cura, forse una delle chiavi più efficaci per creare relazioni autentiche. La cosa peggiore è il non detto, perché dà adito a interpretazioni che poi ribollono, creano paure, circoli viziosi dai quali soprattutto i ragazzi non sono capaci di uscire. Equivoci o negazioni che alla lunga non possono più essere smantellati semplicemente dalle parole. Non è diverso nella vita sociale e pubblica. Questa antologia di racconti smALLchristmas, per esempio, rispecchia che cosa voglio dire: dare alle persone la possibilità di narrare la propria storia, di condividere una testimonianza, è già una piccola cura, nel senso di avere cura per chi lo scrive e per chi lo leggerà. Credo fortemente nella condivisione dell’esperienza. Si tratta, ancora una volta, di addomesticare, creare legami. Per farlo ci vuole tempo. Come diceva Calvino: richiede attenzione e apprendimento continuo.