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George Kenneth Scott | Eats&Drinks&Pizza

catalogo realizzato in occasione della mostra
George Kenneth Scott – Eats&Drinks&Pizza
7 dicembre 2019 – 14 marzo 2020
Circolo . Bellano (LC)

doppia lingua italiano/inglese

15,00  14,25 

La mostra di Bellano inizia dal momento in cui la riproposizione del cibo è un valore estetico e un disegno chiaro ed evidente. È anche il punto in cui può cominciare un lavoro di ricerca a ritroso dove qualcosa s’è perso, offuscato dalle nebbie della dimenticanza. L’opera di Ken Scott è assente dai guinness dei riconoscimenti, la sua firma spesso ancora giace incontaminata nei depositi di chi preserva questo senso di perdita. È vero, tutti ricordano Ken Scott, ma di lui sopravvive un resoconto distorto, un artista-stilista dal nome sciupato, passato di mano come una sciarpa su una bancarella del mercato, buona per massaie non molto cool che adornano le loro cucine con strofinacci stampati.
Questa mostra si apre con una zoomata sulle verdure esposte al mercato, richiamo diretto a La verduraia di Vincenzo Campi del 1580 della Pinacoteca di Brera e chiude con una ciliegia su fondo blu, forse un ovvio rimando alla banana di Warhol per la copertina dei Velvet Underground & Nico del 1967. Intorno e nel mezzo, capolavori d’ironia culinaria, dove l’arte fiamminga dialoga con le partiture più astratte di Paul Klee in stretta relazione col design allucinato dei puff cromati o dei tavoli fioriti del suo ristorante, quasi fossero frammenti estrapolati di un Kandinskij floreale e geometrico su unica tela, Kennynsky come gli piaceva firmare per gli amici più stretti.

L’introduzione di Velasco Vitali: Cook something news

Kenny era un ragazzo deciso e con una spiccata attitudine all’arte. Alla fine degli anni Trenta, giovanissimo, aveva deciso di trasferirsi a New York per frequentare la Parsons, la scuola giusta per quelli che volevano sviluppare il proprio talento artistico, la stessa dove era passato Norman Rockwell e, dopo di lui, tanti altri artisti, illustratori e stilisti; un’accademia fondata alla fine dell’Ottocento da William Merritt Chase, uno dei più apprezzati e talentuosi impressionisti americani (in un celeberrimo ritratto esposto al Metropolitan, John Singer Sargent lo ritrae in piedi, l’espressione sicura e autorevole, un’eleganza esclusiva, la tavolozza in mano). Chase è un uomo attrattivo e influente a New York. Per i giovani è un modello e un riferimento, è colui che ha saputo far interagire l’arte con altre discipline con cui è imparentata, dalla moda alla pubblicità, dal design all’illustrazione, alla fotografia.
Chase era scomparso da molti anni quando Kenny si recò alla sua scuola. La figura carismatica e poliedrica del maestro di Indianapolis (Nineveh per la precisione, attuale Williamsburg) aveva influenzato l’anima culturale del Paese, lasciando segni indelebili sulle future generazioni di artisti americani. Fu in questo clima che per Kenny fu facile decidere a quale scuola iscriversi. Sono anni difficili, la crisi del ‘29 è ormai alle spalle, ma il mondo si avvia verso il secondo conflitto mondiale, l’arte si ritroverà a scandagliare in un territorio di crisi e Kenny, terminati gli studi e incoraggiato da alcuni artisti più anziani di lui, fra cui Moses Soyer o Stanley William Hayter, prende a dipingere con impetuosa continuità e nel 1944 apre un suo studio dalle parti del ponte di Brooklyn. La vita gli scorre via inquieta e ricca di sorprese. Dopo un anno e mezzo parte per il Guatemala e in quello stesso mese Peggy Guggenheim, che gli era stata presentata proprio da Hayter, aveva inserito alcuni suoi dipinti in una mostra dedicata dall’Art of This Century Gallery, alla giovane pittura americana (si svolse dal 3 al 21 dicembre 1946, gli artisti presenti con Kenneth Scott  erano Charles Selinger, Dwight Ripley, John Goodwin e David Hill).

Il contributo di Lorenzo Giordano: Vitto pitagorico

Il breve testo qui redatto va letto con la consapevolezza che chi scrive affronta questo argomento culinario – nello specifico la pizza – accompagnato da una duplice e sostanziale complicazione di fondo. La prima problematica risulta riscontrabile nell’essere affetto dall’oramai nota intolleranza al glutine, meglio conosciuta come celiachia. Svantaggio considerevole nel parlare di pizza, apoteosi per eccellenza del delizioso e basilare complesso proteico che definisce il glutine. La seconda questione – probabilmente ancora più determinante della personale dieta priva di gusto – si rispecchia nelle  radici familiari: sono napoletano. Scrivere della pietanza emblematica di Napoli comporta, infatti, un sobrio timore reverenziale verso una cultura che affonda le sue radici in una dogmatica, quasi religiosa, adorazione del piatto che può essere definito, a tutti gli effetti, deus ex machina delle fortune gastronomiche partenopee.

A cura di

Velasco Vitali

confezione

brossura

dimensioni

19×25 cm

pagine

72

ISBN

978-88-99876-35-7

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