smALLholidays

del 15 maggio 2015 di Cinquesensi

1Gli stralci tratti dall’antologia smALLholidays

[…] Le vite narrate ci dicono molto di sé, dicendoci molto su molte altre cose. Pensiamo al sistema o all’arcipelago del turismo, visto che le narrazioni, semplici o sofisticate, ironiche o amare, ci parlano di vacanze. Il turismo è un sistema di grande complessità. Ma vi è un tratto che lo contraddistingue, in ogni caso. Esso, nella varietà delle sue strutture e dimensioni, deve preservare il gusto, il sapore e il senso dell’accoglienza e dell’ospitalità. […] Diventa allora paradossale che il gesto dell’accoglienza non sia rispondente al cambiamento delle persone, delle loro relazioni e dei loro legami. […] Dovremmo ricordare, con il mitico Pitagora di Ovidio, che anche noi cambiamo, nel mondo che cambia e che ci cambia. […]
brano tratto dalla prefazione di Salvatore Veca, filosofo e presidente Fondazione Campus Università del Turismo

***

[…] Se un padre che si separa è geloso dei propri figli significa, secondo me, che il problema sta altrove, a monte, chissà dove.
[…] negli Stati Uniti, non ricordo per quale ragione, Gabriele ed io ci trovammo a spiegare a qualcuno chi fosse Rita, presente in quel momento. Entrambi dicemmo: «È nostra moglie», mentre questo qui, di fronte a noi, ci guardava allibito. […]
brano tratto dal racconto Sul set di Diego Abatantuono, attore


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Omnia mutantur

del 15 maggio 2015 di Cinquesensi

smALLholidays ©BeppeGiacoppePrefazione di Salvatore Veca al secondo titolo della collana smALLbooks

Nel gran finale delle Metamorfosi di Ovidio, appare il mitico Pitagora e, a un certo punto del suo solenne discorso, ci ricorda che “omnia mutantur”. Il Pitagora di Ovidio pone l’accento sui processi che erodono e intaccano la compattezza del mondo. Pone l’accento sullo spazio delle possibilità e delle alternative, sui processi del cambiamento e della trasformazione. Nelle sue leggendarie Lezioni americane Italo Calvino confessa il suo amore per i poeti delle “infinite potenzialità imprevedibili”, Lucrezio e Ovidio. “Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo, qualità che si attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle”. Questo libro ci parla di processi di cambiamento e di trasformazione. Ce ne parla nelle narrazioni di frammenti di vita in cui famiglie scomposte e ricomposte si mettono alla prova, in molti modi, con l’esperienza della vacanza. Famiglie in trasformazione, rispetto al modello ereditato e come congelato nell’immaginario, prevalente dalle nostre parti, della famiglia tradizionale.
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La memoria del gusto

del 21 aprile 2015 di Cinquesensi

La prefazione di Antonio Bozzo al libro La memoria del gusto di Laura Bolgeri

1Facciamo finta di avere una bacchetta magica, o molta fantasia, e immaginiamo una grande tavolata di una cinquantina di persone, anzi di una cinquantina di personaggi. Non teniamo conto degli inganni del tempo: alla nostra tavola gigante saranno seduti uomini che mai hanno mangiato insieme, ce ne saranno addirittura alcuni che questa vita di gioie e dolori l’hanno già lasciata. Non importa, all’immaginazione la realtà fa un baffo. Eccoli tutti seduti, con lo sguardo felice: ognuno sta per assaporare il suo piatto della memoria, il cibo che ha lasciato dentro lo spirito un calco, un gusto che a ricordarlo, a riportarlo alla bocca, riaccende una storia personale, per tutti unica anche se qualche volta tipica di un periodo storico e di una parte d’Italia. A compiere l’artificio, nelle pagine di questo libro, è Laura Bolgeri, che come regista Rai ha firmato molti servizi e documentari e ha collaborato con periodici vari raccogliendo nel tempo una cinquantina di interviste con personaggi che vanno da Federico Fellini a Giorgio Strehler, da Pupi Avati ad Ascanio Celestini, da Omar Sharif a Dario Fo, da Silvio Orlando a Renzo Arbore.
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Una Dedica all’antico per il Banchetto dei Vitali

del 9 aprile 2015 di Cinquesensi

Giancarlo VitaliLessico da cruscante, incedere prosastico di cifra ottocentesca,
a tratti manzoniana, libere scivolate sul dizionario lacustre, con strettissime concessioni a un gergo in uso, chissà, anche nelle vicine Colico o Varenna, ma non oltre, per comprensibili motivi di campanile. E poi, soprattutto nella seconda parte della narrazione, quando gli eventi prendono a scaldarsi, in un concitato incalzare di colpi di scena, una scrittura che, se possibile, si fa ancora più aulica, rimbalzante, musicale e divertita, così da tracimare dolcemente in una ‘prosa in lirica’, continuamente tentata dalla metrica. Insomma una vera lingua sincretica e reinventata che pare uscire spontanea e facile perché frutto di uno speciale godimento letterario che si sente crescere, in intensità, fra le righe. Ma andiamo per ordine.
Le prime pagine, per ambientazione, dizionario e ritmo narrativo, paiono quasi una dedica ai Promessi: “Andava passo passo il Signore di Bellano, Polidoro, lungo l’austero corridoio del convento di San Nicolao. Teneva la velocità di sua lentezza padre Urbizio, superiore degli Agostiniani, di molti calli afflitto e di voce assai remota (qui l’accostamento all’iniziale passeggiata di Don Abbondio che inciampa sulla sgradita sorpresa dei Bravi, è lampante). E ancora: “Gli ordini che gli giungean dal Medeghino erano diventati, oltre che perentori, densi di una condiscendenza irridente (ossimoro molto affine allo stile del Manzoni): dietro le sue parole o tra le righe dei suoi scritti, si leggea lo sprezzo di chi tiene il brando per l’elsa”. Poi nella scrittura entra una costruzione che allude a quella della storica traduzione dell’Odissea di Pindemonte, su cui certo Vitali ragazzo avrà speso le sue sudate carte.
Vediamo: “E potea un Signore al pari suo, di glorie onusto e di ori e di vittorie, negare a un nobile in prigione che da tanti anni ormai languiva nella sofferenza, nel buio e in mezzo ai ratti, di dar soddisfazione con l’esaudire l’ultimo desiderio prima di rendere l’anima ai cieli?”. E pure: “Il Medeghino grattossi il capo e sospese la risposta. Poi, per esibir disprezzo, chiamò a’ suoi piedi un nano bitorzoluto che nella sua corte aveva funzione di bardo e di gioppino”. Molto godibile anche la scelta di riabilitare termini non più in uso ma di alto spessore lessicale quali Captivo (nel significato di prigioniero), Niuno, Sembiante, Desiato, Onusto e quella di ricorrere a fraseggi altrettanto ammiccanti all’antico, come nel caso di Far burletta a un foresto o in quello di Privato conversario. Infine lo scrittore si diverte a pescare nella letteratura tout court quando definisce vermilinguo il perfido Carmicola, prendendo in prestito, crediamo, il termine spregiativo dalla saga de Il Signore degli Anelli (Grima Vermilinguo è, infatti, l’epiteto dato da Gandalf al consigliere traditore di Re Théoden di Rohan).


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