Manifesto SIMTUR . L’introduzione di Federico Massimo Ceschin 12 Ottobre 2020 – Posted in: TRAVEL

SIMTUR – Società italiana dei professionisti della mobilità dolce e del turismo sostenibile si è costituita nel 2019 e, solamente pochi mesi più tardi, si è ritrovata a fare i conti con la pandemia da Covid-19, quando le esistenze di tutti sono state catapultate in una dimensione senza precedenti, modificando la percezione del tempo e dello spazio, le traiettorie individuali e collettive e – di conseguenza – le esigenze di mobilità. L’uomo è ontologicamente un viandante: per quattro milioni di anni ha concentrato ogni sforzo evolutivo sui piedi, prima di concentrarsi per un milione di anni sullo sviluppo del cervello e giungere all’esigenza preistorica di disegnare l’ambiente circostante come appariva da una posizione elevata, incidendo le prime mappe nelle pitture rupestri. Dal nomadismo alla nascita dei primi villaggi, fino alla concezione di città, dai pellegrinaggi medievali agli aerei supersonici, le società si sono evolute viaggiando, scoprendo, incontrando, ampliando le conoscenze nel confronto con altre culture e con altre civiltà.

Soltanto mezzo secolo fa – precisamente la vigilia di Natale del 1968 – i tre astronauti dell’Apollo 8 hanno orbitato intorno alla Luna, consentendo di vedere l’intero pianeta con un unico sguardo e offrendo a noi tutti la definitiva consapevolezza della finitezza e della limitatezza dei suoi orizzonti e delle sue risorse. Ed ora, con l’ingresso nell’era delle pandemie, la concezione di tempo e di spazio ha subito un ulteriore cambiamento repentino: fino a ieri, il tempo libero era un ritaglio, un momento di pausa dal tempo sincopato, determinato dai ritmi e dalle procedure di lavoro, mentre il tempo liberato era quello che decidevamo di dedicare a noi stessi, alla nostra interiorità e spiritualità, alla contemplazione, alla ricerca di risposte più alte e alla creatività disinteressata. Così lo spazio che, con l’aumentare del benessere collettivo, ci aveva abituato a sentirci liberi di andare, di partire, di viaggiare e di tornare, nutrendo la sensazione di attraversare il pianeta come un’entità indefinita e non limitata.

La relazione tra tempo e spazio prende notoriamente il nome di velocità. Negli ultimi decenni ci siamo adoperati per alimentare riflessioni in ordine alla effettiva necessità di accelerazione impressa dalle dinamiche dello sviluppo, spesso perverse, invitando a considerare i processi di modernizzazione in relazione ad altri valori – gli equilibri ambientali, le dinamiche sociali e le culture territoriali – ponendo l’indice tra contraddizioni e opportunità, invocando una maggiore lentezza.

Dal 2015 in particolare, grazie a due documenti epocali – l’Enciclica Laudato Si’ del Santo Padre Francesco e l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite – che hanno avuto il merito di dichiarare universalmente l’insostenibilità dei modelli di sviluppo, abbiamo iniziato a ragionare collettivamente su tempo, spazio, velocità e lentezza, variabili di una disciplina che chiamiamo mobilità. Vedendo da un lato la velocità come voracità che alimenta le emergenze connesse al cambiamento climatico, all’inquinamento, all’uso indiscriminato del suolo, delle acque, delle energie e di tutte le risorse naturali. Dall’altro la lentezza – ovvero la dimensione “dolce” della mobilità – che di volta in volta si è configurata come piattaforma di sperimentazione, innovazione e creatività, rappresentando – di fatto – un elemento imprescindibile per accrescere il capitale sociale, culturale e relazionale delle comunità e delle società. Nonché un volano per la realizzazione di percorsi identitari sempre più individuali e personalizzati, per cui ciascuno di noi è diventato vettore di esperienze ed è persona tanto quanto possiede aneddoti da narrare.

Non soltanto limiti ecologici. Nella società occidentale, si è finito troppo spesso per dare per scontato il diritto alla mobilità, mentre è necessario prendere atto che esistono barriere che possono essere economiche, tecnologiche, sociali, architettoniche e sensoriali che limitano la mobilità a numerose categorie di persone. Si pensi ai popoli del Sud del mondo, costretti da potentati, dittature e interessi di pochi, discriminati nell’esercizio delle proprie libertà sulla base dell’etnicità, della classe sociale, del genere, dell’orientamento sessuale o della religione. Ma per tornare vicini a casa si rifletta anche sulla condizione di anziani e persone con abilità limitate dalla mancanza di reddito o di capacità motorie e fisiche idonee a muoversi e spostarsi nelle nostre città.

È questa la dimensione della riflessione proposta da SIMTUR: la dimensione di una mobilità mirata a migliorare la vita nelle città e nei territori, riguardando all’Italia intera muovendo dai margini, dalle periferie, dalla capacità di muoversi e viaggiare alla velocità dell’utente più debole e più fragile, riducendo il consumo di energie e risorse, in sintonia con i luoghi e con i paesaggi, nel rispetto delle identità locali. Per questo motivo la visione di SIMTUR – cui è dedicata questa pubblicazione – afferma la mobilità come una delle principali componenti strategiche dell’evoluzione umana, le cui politiche di gestione producono rilevantissime ricadute sociali, culturali, economiche e ambientali.

Un percorso da affrontare in modalità comunitaria e collettiva, come evidenziano le parole del Capo dello Stato, Sergio Mattarella: «La mobilità costituisce un importante elemento di libertà, di pari dignità sociale, strumento che sottrae all’emarginazione territori e popolazioni, con particolare riguardo alle aree interne. È una missione di cui non va mai sottovalutata la finalità di interesse generale. Ogni percorso […] ci parla di uomini e donne, di luoghi, di comunità, di ciò che è l’Italia».

Federico Massimo Ceschin
presidente nazionale SIMTUR