Filippo La Mantia
del 27 aprile 2010 di Cinquesensi
“Nulla a prescindere” potrebbe essere il motto in cui si compendia il lavoro di Filippo La Mantia. Mi viene anche in mente la forza dell’imperfetto, il verbo che indica il perdurare di un’azione o, visto che abbiamo di fronte un palermitano, l’affascinante e antiquario presente storico, coniugazione del passato nel presente: Cesare passa il Rubicone e sfida il Senato.
Perché la volontà si trasformi in imperio, è necessario attraversare un piccolo fiume. Al di là è guerra. Verrebbe quasi da dire che tra Cesare e il suo futuro c’è solo quel luccichio d’acqua, modesto rivo di confine.
Ma alla fine, è la portanza dei fatti, la loro potenzialità a decidere: è il passato presente di ognuno che richiede una strategia per avvicinare a sé l’imprevisto, il moto d’acqua che ci circonda. Filippo gli imprevisti se li è cercati o, se preferiamo la prospettiva isolana, sono stati questi a rincorrerlo. Se ci limitiamo ai fatti, dove la scelta è più arbitraria, potremmo risalire alla seconda metà degli anni Settanta, quando, una sera d’estate, Filippo trova la propria automobile occupata da una ragazza che sta male, che si fa male nel modo allora più comune: l’eroina.
Per stupore, per tenerezza e per rabbia, quel giovanotto non riesce a fregarsene e comincia una lotta a fianco della ragazza. Una lotta senza esclusione di colpi contro la “robba” e chi gliela fornisce.
Si dà il caso che la ragazza sia figlia della più importante fotografa palermitana di cronaca. E si dà ancora il caso che, come forma di riconoscenza, la madre proponga a Filippo di curiosare nel suo studio, avvicinandosi al mestiere di fotoreporter.
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