I toni caldi delle
terre di Siena

del 14 novembre 2011 di Cinquesensi

Nella seconda passeggiata l’architetto AgnesAgnese Mazzei 2 150x150 I toni caldi delle <br>terre di Sienae Mazzei ci racconta la sua filosofia di intervento a Fonterutoli. E la sua ‘mano’ creativa, ch’è partita dal bisogno imprescindibile di entrare in relazione con i colori del  territorio.

 

6191577260 e58a63f1d3 b 300x200 I toni caldi delle <br>terre di SienaCompito non facile per un architetto quello di intervenire sul passato con proiezioni sul futuro. Si devono rendere compatibili linguaggi diversi, farli interagire per giungere a un risultato che sia condiviso e convincente.
È una scommessa che r
ichiede mano delicata e forse qualche rinuncia alla libertà creativa. Insomma si deve giocare sul difficile tavolo del compromesso (inteso nella sua accezione migliore) e soppesare ogni scelta ‘nuova’ perché sia ben accetta da ciò che già c’è da tanto tempo ed esige il diritto di condurre il gioco.
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La luna storta del bindolo Manera

del 31 ottobre 2011 di Leonardo Castellucci
luna007 280x300 La luna storta del bindolo Manera

Giancarlo Vitali

La rappresentazione di una piccola commedia del quotidiano. È questo il dato più evidente che emerge da Furto di Luna, il racconto che Andrea Vitali ha scritto per questo nuovo titolo della collana. Fin dal principio entriamo immediatamente nel contesto, senza essere introdotti da prologhi descrittivi o da altri orpelli narrativi. Si comincia così, con i toni secchi di una malinconica dichiarazione: “Quando nacque, suo padre era in galera. Furto di elemosine presso la chiesa prepositurale di Bellano”.

E già i due protagonisti, Beppe Manera, di professione ladro, poi ravveduto e suo figlio Manuele sono presentati sulla ribalta del racconto e con loro anche il teatro della rappresentazione, Bellano, il piccolo centro lacustre dove Vitali è solito ambientare i suoi romanzi. Subito dopo, alla spicciolata, gli altri personaggi. Venera Sbiaditi, moglie del ladruncolo e madre del bambino e le comparse, utilissime a delineare il ‘clima’ e la dimensione temporale della storia che si svolge durante gli anni ’60, in quell’Italia ancora in b/n ma già prefigurata con frigorifero, lavapiatti e televisore, al tempo gli status sociali cui ambire. Ma si sa, nei piccoli paesi di provincia i cambiamenti sono più lenti ed è qui che lo scrittore introduce gli elementi di contorno riuscendo a dar loro lo spessore di una quotidiana consuetudine ch’è quella di una piccola comunità dove tutti, ogni giorno, si incontrano e dove i ruoli che ciascuno ricopre sono succedanei al rapporto umano.
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Una galleria

del 28 ottobre 2011 di Cinquesensi

Testo dell’architetto Mario Botta, curatore dell’allestimento della mostra “Giancarlo Vitali.         156 incisioni originali

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L’allestimento della mostra

Esporre 156 opere calcografiche di Giancarlo Vitali è come esporre 156 momenti di vita. Il tratto del bulino che incide la lastra, ricercando l’ombra attraverso un segno in profondità, moltiplicato dieci, cento, mille volte, crea un tessuto dove l’ombra fa emergere la luce.
Giancarlo Vitali è maestro di questo segno, di questo lessico espressivo che attraverso l’ombra irradia luce.  È impressionante, anche per chi allestisce questo lavoro, vedere come la somma infinita del susseguirsi dei tratti evochi emozioni, scavi turbamenti, riveli impressioni di gioia. Attraverso la profondità tracciata dal bulino, nasce un racconto ogni volta sorprendente, nel quale l’osservatore scopre i temi e gli alfabeti della propria identità, ritrovando così quella parte di se stesso troppo spesso soverchiata dal gran correre di ogni giorno.
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Nella sagrestia dell’incisore

del 27 ottobre 2011 di Cinquesensi

Contributo di Michele Tavola pubblicato nel catalogo “Giancarlo Vitali. 156 incisioni originali“.

Una premessa noiosa

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Giancarlo Vitali
La sagrestia dell’incisore

Giancarlo Vitali è tra i grandi incisori dei nostri tempi. La grafica non è arte minore. Una strana forma di feticismo per il pezzo unico attanaglia buona parte del mercato, del collezionismo e della critica. Di conseguenza, specialmente in italia, la grafica d’arte viene troppo spesso considerata di secondaria importanza. ci viene da sorridere quando leggiamo le graduatorie stilate da intellettuali e critici del XVI e del XVII secolo, che classificavano l’arte in base ai temi rappresentati. Si affermava, autorevolmente, che la pittura sacra fosse più dignitosa di quella di paesaggio o che un soggetto mitologico fosse a priori migliore di una natura morta. Oggi nessun mercante, nessun collezionista, nessun critico sarebbe così folle da preferire un brutto quadro ispirato alla mitologia greca o alla storia romana eseguito da un oscuro imbrattatele a una bella scena di genere di caravaggio o di Giacomo Ceruti. Eppure si afferma, autorevolmente, che ci sono tecniche e supporti più rispettabili di altri. Critici di grido proclamano a gran voce che il più brutto dei quadri sia meglio della più bella delle stampe; mercato e collezionismo si comportano di conseguenza. Gli unici a non avere mai dato credito a un pensiero così balzano sono stati i grandi artisti. Picasso ha inciso migliaia di lastre, Matisse ha amato profondamente i propri libri illustrati con opere grafiche, Chagall, Rouault, Miró, Dubuffet e molti altri loro colleghi hanno accantonato la pittura per mesi o addirittura per anni per dedicarsi totalmente alla creazione di stampe. Anche Giancarlo Vitali non ha mai fatto distinzione tra una tela e una lastra di rame, decidendo di aggredire l’una o l’altra solo ed esclusivamente in base alle proprie esigenze espressive.
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