Moreno Cedroni

del 28 aprile 2010 di Cinquesensi

cedroni Moreno CedroniL’ora blu. È quando un unico colore indaco, scaturito dal mare, pare tingere per sempre le cose, sospendendole in una breve luce interiore.

Blu il cielo, blu le onde, solo un po’ più nera la costa come il bordo di una pentola dove si siano dolcemente fusi spigoli e voci e ricomposta in un cerchio la linea spezzata del caso. Anche i pesci potrebbero risalire dal fondo e accomodarsi vicino alla donna che mostra negli occhi la propria ferita d’amore e al bambino che ha costruito una diga sonora di sassi.

Biancovestiti, i camerieri del Clandestino hanno iniziato il servizio, recapitando scatolette vuote sui piatti. Accanto, offerto in un ciotola, il loro contenuto. Come resistere all’idea di cenare con questi piccoli scrigni di mare anche se il menù spazia in più aeree proposte? Di collezionare razioni di un naufragio piacevole e senza rischi?

Impossibile, perché l’ora blu chiede di farsi sinceri, di aprire la latta, di curiosare annusandone la vita.

La famosa salumeria ittica di Moreno Cedroni ha per tiranno il naso, l’estremità che giudica da lontano, per cui, anche ad occhi chiusi, si può descrivere l’universale bellezza o bruttezza del mondo.

Quella cosa lì, piantata in mezzo alla propria faccia, con cui il cadetto di Guascogna sfidava la volgarità.

«Volevo eliminare l’odore di scatola dalle scatolette» – ripete in un mantra Cedroni.

Una cosetta da nulla, ma insopportabile.

Come cercare di eliminare dalla poesia il poetese, dalla gloria la vanità, dal panorama i tralicci dell’alta tensione.
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Filippo La Mantia

del 27 aprile 2010 di Cinquesensi

lamantia Filippo La Mantia“Nulla a prescindere” potrebbe essere il motto in cui si compendia il lavoro di Filippo La Mantia. Mi viene anche in mente la forza dell’imperfetto, il verbo che indica il perdurare di un’azione o, visto che abbiamo di fronte un palermitano, l’affascinante e antiquario presente storico, coniugazione del passato nel presente: Cesare passa il Rubicone e sfida il Senato.

Perché la volontà si trasformi in imperio, è necessario attraversare un piccolo fiume. Al di là è guerra. Verrebbe quasi da dire che tra Cesare e il suo futuro c’è solo quel luccichio d’acqua, modesto rivo di confine.

Ma alla fine, è la portanza dei fatti, la loro potenzialità a decidere: è il passato presente di ognuno che richiede una strategia per avvicinare a sé l’imprevisto, il moto d’acqua che ci circonda. Filippo gli imprevisti se li è cercati o, se preferiamo la prospettiva isolana, sono stati questi a rincorrerlo. Se ci limitiamo ai fatti, dove la scelta è più arbitraria, potremmo risalire alla seconda metà degli anni Settanta, quando, una sera d’estate, Filippo trova la propria automobile occupata da una ragazza che sta male, che si fa male nel modo allora più comune: l’eroina.

Per stupore, per tenerezza e per rabbia, quel giovanotto non riesce a fregarsene e comincia una lotta a fianco della ragazza. Una lotta senza esclusione di colpi contro la “robba” e chi gliela fornisce.

Si dà il caso che la ragazza sia figlia della più importante fotografa palermitana di cronaca. E si dà ancora il caso che, come forma di riconoscenza, la madre proponga a Filippo di curiosare nel suo studio, avvicinandosi al mestiere di fotoreporter.
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Nadia Santini

del 27 aprile 2010 di Cinquesensi

santini Nadia SantiniAnche per i francesi, Nadia Santini è la cuoca più brava del mondo. Un’ammissione che le fa onore e che rende ancora più intima la nostra soddisfazione, perché, in fondo, il predominio maschile in cucina ha qualcosa di stonato.

Sapere che, invece, una donna incarna nel tono della voce e dei gesti, nella sicurezza e nella cortesia l’archetipo della nutrice in senso tecnico e sentimentale predispone alla riconciliazione.

La cucina ritrova la sua cornice antica: torna ad essere un luogo dove domina l’energia femminile, così legata ai ricordi, alla cura del passato e, al tempo stesso, curiosa di ogni particolare che annunci qualche cambiamento dentro e intorno a noi.

Questa linea matriarcale, ribadita dalla presenza sul campo di Bruna, la madre di Antonio Santini, finisce col rafforzare l’identità dell’intera famiglia, coinvolgendo anche i figli.

Credo che la loro forza stia, soprattutto, nel possedere tutti insieme una memoria lunga, abbastanza da riuscire a fare dei paragoni.
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Claudio Sadler

del 26 aprile 2010 di Cinquesensi

sadler Claudio SadlerÈ bello, a volte, farsi portare in giro da un cognome, immaginare Paesi e incroci di razze, vedere se qualcosa trapela del viaggio intrapreso dal suo legittimo proprietario. Nei confronti di uno chef la curiosità è anche più forte, perché il cibo dà voce a un paesaggio vero o interiore; è patria di sapori, di odori quanto di ricordi e di idee. Sadler, dunque, un cognome di origine inglese e ascendenze trentine, con l’aggiunta da parte materna di sangue mantovano.

Terre di grandi imperi, britannico e austro-ungarico, marittimo l’uno, continentale l’altro dove spiccava e ancora resiste una certa idea dell’umana felicità. Idea elevata a sistema, pratica, che, pur nel rispetto della persona, pone l’accento sul corpo sociale, sulla coesione, raggiungibile sottomettendosi, liberamente, al vincolo dell’interesse generale. Luoghi in cui prevale l’intesa sull’individualismo, la ricerca di un metodo sull’improvvisazione. Anche la genialità, quando si manifesta, ha un passo diverso, ginnico.

Questa particolare disposizione d’animo che definiremo misurata e determinatissima, diligente fino alla caparbietà, di un’ambizione rigorosa e senza limiti, si incrocia con la personalità di Claudio Sadler.
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