Moreno Cedroni
del 28 aprile 2010 di Cinquesensi
L’ora blu. È quando un unico colore indaco, scaturito dal mare, pare tingere per sempre le cose, sospendendole in una breve luce interiore.
Blu il cielo, blu le onde, solo un po’ più nera la costa come il bordo di una pentola dove si siano dolcemente fusi spigoli e voci e ricomposta in un cerchio la linea spezzata del caso. Anche i pesci potrebbero risalire dal fondo e accomodarsi vicino alla donna che mostra negli occhi la propria ferita d’amore e al bambino che ha costruito una diga sonora di sassi.
Biancovestiti, i camerieri del Clandestino hanno iniziato il servizio, recapitando scatolette vuote sui piatti. Accanto, offerto in un ciotola, il loro contenuto. Come resistere all’idea di cenare con questi piccoli scrigni di mare anche se il menù spazia in più aeree proposte? Di collezionare razioni di un naufragio piacevole e senza rischi?
Impossibile, perché l’ora blu chiede di farsi sinceri, di aprire la latta, di curiosare annusandone la vita.
La famosa salumeria ittica di Moreno Cedroni ha per tiranno il naso, l’estremità che giudica da lontano, per cui, anche ad occhi chiusi, si può descrivere l’universale bellezza o bruttezza del mondo.
Quella cosa lì, piantata in mezzo alla propria faccia, con cui il cadetto di Guascogna sfidava la volgarità.
«Volevo eliminare l’odore di scatola dalle scatolette» – ripete in un mantra Cedroni.
Una cosetta da nulla, ma insopportabile.
Come cercare di eliminare dalla poesia il poetese, dalla gloria la vanità, dal panorama i tralicci dell’alta tensione.
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