La lieta infelicità
del Felicino

del 27 febbraio 2012 di Leonardo Castellucci
campagna001 150x150 La lieta infelicità <br>del Felicino

Giancarlo Vitali

Raccontare una saga familiare attraverso una storia semplice e per questo esemplare. E in questa inserirci annotazioni ed episodi che le permettano di essere letta anche come paradigma del brusco mutamento di un mondo prima e dopo la seconda Guerra Mondiale. Il mondo precedente, ormai epigono di una civiltà agricola agli sgoccioli, che nell’Italia fascista aveva ritrovato motivi di ripresa, favoriti da stimoli populisti osannanti la condizione rurale e quello seguente, portatore di nuovi ruoli, nuovi bisogni, nuove aspettative.

In questi 40 anni di italiche vicende Andrea Vitali scova una storia esatta e ce la racconta con una grazia colta, con uno stile lucido e a tratti fatalisticamente intenerito; stile che sembra cambiare il proprio passo narrante fra i due periodi.


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L’odore di campagna

del 24 febbraio 2012 di Cinquesensi

Dal sesto titolo della collana iVitali: Pro-memoria la prefazione di Antonio Bozzo

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Giancarlo Vitali

Ci sono i nomi, prima di tutto. E come sempre, nelle narrazioni di Andrea Vitali, fanno baluginare un mondo, così che l’onomastica diventa, aldilà dell’intreccio, il viatico per pensieri ulteriori, ricami che si aggiungono all’ordito. Lidovina, Vinci, Felicino, Perlina, Silvestro, Eribice-Bice, Arcangela, Ottaviano. Ci sono i cognomi: Sedanelli, Piedivico, Maltolti, Anzibene, Stancabassi.

Anime e corpi che il sole trafigge nella Bassa, tra Cremona e Brescia. In un periodo di tempo che va dagli anni Trenta al 1974, inglobando la guerra (che resta sullo sfondo, come una delle tante occorrenze della vita, né peggio né meglio di altre) e la rinascita italiana del boom. Dall’ “aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende” alla Lambretta, e dopo. Le esistenze toccate da Vitali, che ne illumina le svolte, vivono una vita comune e speciale: come succede alle vite che si trasformano in letteratura, e lasciano il percorso collettivo per diventare esemplari.
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Il Maestro Martino, cuoco sopraffino

del 21 febbraio 2012 di Raethia Corsini

copertina PRINCIPE 215x300 Il Maestro Martino, cuoco sopraffinoTanto per capirsi: tutto il chiacchierare che si fa in Italia intorno alla tavola dei grandi chef, non è antropologia da XXI secolo. Nulla si crea, nulla si distrugge e per comprendere il significato sociale (storico?) del cucinare “ad alti livelli” (in tutti i sensi che questa espressione contiene) bisognerebbe guardare al Rinascimento.

Maria Cristina Magni, detta Ketty, brianzola e autrice di diversi romanzi, lo ha fatto: è entrata nella vita di Maestro Martino da Como e, attraverso i suoi capolavori di gusto e colore, “i cui tempi di cottura sono calcolati in base alla durata di un Pater noster o di un Miserere”, ci racconta come un cuoco ha potuto (e può) conquistare il favore di grandi personaggi – nel suo caso i nobili e i cardinali dell’epoca – ed entrare con loro in così tanta confidenza da riuscire a conoscere “i crucci e le gioie dei signori, a entrare in contatto con i blasonati ospiti, a incontrare, un giorno fatidico, l’amore negli occhi della bellissima contessa Leoni e a diventare cuoco personale del cardinal Lucullo, soprannome del camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, Patriarca di Aquileia”.
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Scrivi dunque sei …

del 11 febbraio 2012 di angela

scritturaMajnoni1 215x300 Scrivi dunque sei ...Il segno dell’inchiostro sulla carta traccia la nostra verità, descrive la nostra anima, narra in una sorta di specchio evidenziatore chi siamo, con tutti i nostri punti forti e deboli.

“Leggere la scrittura – racconta Barbara Majnoni – significa penetrare nei luoghi più reconditi della personalità e confrontarsi con temi come creatività e intelligenza, autostima e dipendenza affettiva, sofferenza emotiva e personalità di successo, sensibilità ed egoismo, vitalità ed esuberanza ma anche riservatezza e timidezza…”


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